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Caso Nettuno: Corte Conti centrale assolve Voza e tutti gli altri Cronaca 

Caso Nettuno: Corte Conti centrale assolve Voza e tutti gli altri

La Prima sezione giurisdizionale centrale d’appello della Corte dei Conti, presieduta da Agostino Chiappiniello, ha respinto il ricorso con cui il Procuratore regionale della Campania chiedeva la revisione del giudizio assolutorio di primo grado nei confronti di Italo Voza, Carlo Samaritani, Carmine Greco, Vincenzo Criscuolo, Mario Barlotti e Rodolfo Sabelli. La sentenza della Corte dei Conti centrale chiude definitivamente le “accuse contabili” per la questione collegata al compendio immobiliare Ristorante Nettuno, assolvendo tutti pienamente. La Corte, accogliendo le tesi degli avvocati Gaetano Paolino e Mario D’Urso, ha anche condannato il Comune di Capaccio a pagare circa 30mila euro a Voza e agli altri dipendenti comunali destinatari dell’appello.

La vicenda ruotava attorno all’ipotesi di danno erariale ed appropriazione indebita di somme per la gestione del punto ristoro Nettuno, nell’area dei templi di Paestum. Tutto era partito dall’accusa sul canone di locazione pagato dalla moglie di Voza per la gestione del ristorante Nettuno (circa diciottomila euro annui) a fronte del valore inestimabile di un bene che, secondo la Procura generale della Corte dei Conti, era di proprietà del Comune di Capaccio e non dell’ente per le antichità. Tesi, quest’ultima, confutata dai legali delle persone coinvolte. Infatti, l’ex punto ristoro oggi ristorante Nettuno è di proprietà dell’ente per le antichità, in virtù di un atto di cessione con valore costitutivo da parte del Comune di Capaccio e risalente al 1931, cui è seguito un regio decreto del 1934 a corroborare giuridicamente una situazione di fatto. Dunque il complesso Nettuno, non appartenendo al Comune di Capaccio, non può far ricadere sull’ex sindaco Voza l’accusa di danno erariale.

Inoltre, la pronuncia della Corte dei Conti recepisce quanto già stabilito dal giudice penale sull’ipotesi di appropriazione indebita a carico dell’amministratore dell’ente per le antichità: seppure in un quadro normativo confuso, Carlo Samaritani ha sempre gestito nell’interesse pubblico, utilizzando le somme veicolate su un conto bancario a lui intestato solo per le necessità dell’ente da lui amministrato, documentando nel dettaglio gli ultimi trent’anni di gestione. Di qui la condanna del Comune di Capaccio a liquidare le spese alle persone assolte.

 

 

 

 

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